SUICIDI IN CARCERE: UN BOLLETTINO DI GUERRA

Un vero e proprio bollettino di guerra quello dei suicidi in carcere in Italia. Da inizio anno sono 21 i sucidi, un morto suicida ogni 60 ore.

A lanciare l’allarme, tra i tanti, Patrizio Gonnella, Presidente dell’Associazione Antigone.

Dopo i 13 suicidi di gennaio, includendo anche il detenuto della Casa Circondariale di Rieti che ha perso la vita dopo un lungo sciopero della fame per protesta, sono già 8 quelli avvenuti nel corso di febbraio.

«Nel 2022, quando a fine anno i suicidi sono stati 85, arrivati a questo periodo dell’anno erano stati 11», ha dichiarato il Presidente dell’Associazione lanciando poi un allarme: «Nel 2024 registriamo un suicidio ogni 2 giorni e mezzo. Se continuasse così a fine anno avremo circa 150 persone che si saranno tolte la vita. Se in una cittadina di 60.000 abitanti avessimo avuto 18 suicidi in 45 giorni non si parlerebbe di altro e il governo avrebbe già mobilitato attenzioni e risorse. Sul carcere invece – prosegue Gonnella – assistiamo ad un immobilismo preoccupante. Ancora una volta chiediamo interventi urgenti e immediati per ridurre il peso della popolazione detenuta negli istituti . garantire una maggiore apertura nelle carceri e garantire una presenza di personale in linea con le esigenze».

L’ultimo episodio nell’ordine di tempo si è verificato nella giornata di ieri, 27 febbraio, nella casa Circondariale “La Dogaia” di Prato dove un detenuto di origine nordafricane si è tolto la vita. La vittima si sarebbe impiccata all’interno della sua cella utilizzando delle lenzuola e alcuni lacci delle scarpe. Quando gli altri reclusi hanno dato l’allarme per il 45enne non c’era più niente da fare.

In merito si è pronunciato Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione, esprimendo così la sua preoccupazione: «quello dei suicidi in carcere è ormai un fatto strutturale e non accidentale, indicativo di una situazione grave e che non vede misure di miglioramento».

Prima di questo, sempre in Toscana, un altro episodio aveva scosso l’opinione pubblica, alimentando il dibattito. É stato il caso del recluso che si è suicidato nella Casa Circondariale di Pisa “Don Bosco” lo scorso 13 febbraio. Ciò che deve far maggiormente riflettere – aveva affermato Francesco Oliviero, segretario per la Toscana del SAPPE (Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria) – è che si trattava di un detenuto «sottoposto al regime di semilibertà, ossia aveva la possibilità di trascorrere parte del giorno fuori dall’istituto per poter espletare l’attività lavorativa».

Aveva continuato il segretario regionale: «Era rientrato in istituto nel primo pomeriggio adducendo che non si sentiva bene. Il reparto dove sono ristretti i “semiliberi” è all’interno dell’istituto ma staccato dalle sezioni detentive e considerato il regime detentivo non vi è una presenza stabile del personale di Polizia. Verso le 17.00 il personale si recava nel reparto per prelevare il ristretto ed accompagnarlo alla visita dal medico e lo trovava impiccato con un lenzuolo nel cortile dei passeggi. Sono stati inutili i tentativi di soccorso da parte del personale di Polizia penitenziaria e dei sanitari. Un detenuto che decide di togliersi la vita è sicuramente una sconfitta per le istituzioni e non sono chiare le motivazioni di tale gesto considerato sia il regime meno afflittivo della semilibertà a cui era sottoposto nonché il fine pena al 25 febbraio 2027».

Oliviero in ultimo non aveva manifestato dubbi circa la necessità di intervenire in chiave preventiva e non anche successiva: «Si continua a parlare se ci sono azioni da intraprendere per poter evitare tale gesto estremo – sottolinea il sindacalista – il suicidio è sicuramente un evento imprevedibile, pertanto se una persona decide di suicidarsi prima o poi troverà il modo di farlo. Il problema è preventivo, non successivo».

Aveva concluso riflettendo sul passaggio della competenza, in materia di sanità penitenziaria, dallo Stato alle Regioni: «Con il passaggio della sanità penitenziaria alle Regioni, la situazione è purtroppo estremamente peggiorata. La carenza di operatori sanitari, psicologi e psichiatri è il punto cruciale della questione. A nostro avviso servono concorsi regionali e assunzioni di personale sanitario da destinare esclusivamente alle carceri toscane».

Nell’immediatezza dei fatti di Pisa si era pronunciato anche il segretario generale del SAPPE, Donato Capece, che non aveva mancato di lanciare un mónito alle Autorità «Chiunque, ma soprattutto chi ha ruoli di responsabilità politica ed istituzionale, penso in primis ai sottosegretari alla Giustizia Delmastro e Ostellari, ognuno per quanto di competenza per delega ministeriale, dovrebbe andare in carcere a Pisa a vedere come lavorano i poliziotti penitenziari, orgoglio non solo del SAPPE e di tutto il Corpo ma dell’intera nazione. L’ennesimo suicidio di un detenuto in carcere dimostra come i problemi sociali e umani permangono: è il suicidio di un detenuto rappresenta un forte agente stressogeno per il personale di Polizia e per gli altri detenuti».

Ha concluso invocando una riforma radicale con un pizzico di amarezza: «È fondamentale dare corso a riforme davvero strutturali nel sistema penitenziario e dell’esecuzione della pena nazionale, a cominciare dall’espulsione dei detenuti stranieri, specie quelli, e sono sempre di più, che, ristretti in carceri italiani, si rendono protagonisti di eventi critici e di violenza durante la detenzione. E se a tutto questo si aggiunge la gravissima carenza di poliziotti penitenziari, come si fa a lavorare così?».

In occasione della 153ª seduta pubblica del Senato della Repubblica di giovedì 1° febbraio 2024 il Senatore Zanettin, nel corso della sua interrogazione parlamentare, ha richiesto un confronto con il Ministro della Giustizia Carlo Nordio in merito proprio al delicato tema dell’aumento dei suicidi in carcere.

Il Ministro ha dichiarato: «I suicidi nelle carceri siano un fardello di dolore, prima di tutto per noi, e costituiscono un intollerabile evento al quale bisogna in tutti i modi cercare quantomeno di porre rimedio. Naturalmente, per rimediare a un fenomeno occorre conoscerne le cause. Per quanto riguarda l’aumento allarmante di questo mese, che speriamo venga invece invertito come orientamento nei prossimi, noi non possiamo avere dei dati specifici sulle ragioni di questo particolare momento. Sappiamo però quali sono le cause generali dei suicidi, che sono il sovraffollamento, la tensione e le difficoltà psichiche di alcuni individui. Rispetto a cosa fare, vi elenco i punti del nostro programma, sperando di ottenere dei risultati. Poi magari farò una considerazione di ordine più generale. Prima di tutto, occorre un’azione di coordinamento con le autorità sanitarie locali, con gli enti locali, con le comunità terapeutiche, in modo da individuare, possibilmente sin dal momento dell’ingresso, le persone con determinate problematiche che possono condurre a una tendenza suicidaria. In secondo luogo, occorre impartire – e sono state impartite – delle precise indicazioni ai provveditorati regionali e a tutte le direzioni degli istituti penitenziari per creare i presupposti per alleviare in via preventiva le situazioni di disagio delle persone che siano state individuate come soggetti a rischio. Inoltre sono stati stipulati – questa è una novità – dei piani regionali di prevenzione ed è stata implementata l’importante collaborazione con gli ordini degli avvocati, soprattutto con i garanti (ieri abbiamo ricevuto i tre nuovi garanti insediati). È stato anche sottoscritto un protocollo di intesa con il consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi – anche questo è importante – per definire un diverso e più strutturato coinvolgimento degli esperti, secondo l’articolo 80, nel trattamento e nell’osservazione di questi soggetti a rischio, e abbiamo anche rafforzato il budget per i loro compensi. Sono state fatte delle assunzioni da parte del Ministero nel comparto penitenziario: a titolo esemplificativo, 57 dirigenti hanno già preso servizio e per 224 funzionari giuridico-pedagogici è in corso la perfezione delle graduatorie. Il 26 ottobre 2023 è stato costituito un gruppo di lavoro sugli interventi suicidari ed è emersa la pressante esigenza di rafforzare, anche qui, la formazione del personale. Ripeto, ce la mettiamo tutta per cercare di limitare questo fenomeno che, come già sottolineato, costituisce per tutti noi un fardello di dolore. Naturalmente la prima fase importante sarebbe eliminare il sovraffollamento delle carceri».

Così, sempre in quella stessa occasione, la Senatrice Gelmini, dati alla mano, ha posto l’attenzione sulla situazione critica in cui versano le carceri italiane. In particolare «D’altronde, il grado di civiltà di un Paese si misura dalla capacità di garantire davvero la rieducazione del condannato, come prevede la nostra Costituzione all’articolo 27. Sono passati undici anni dalla sentenza Torreggiani, con la quale la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per il trattamento inumano e degradante degli istituti di detenzione. Poco, però, è cambiato e sicuramente non è cambiato in meglio. Noi sappiamo che si tratta di problemi strutturali, ma la questione del sovraffollamento – come ella ha giustamente sottolineato – deve essere affrontata. Abbiamo 60.000 detenuti, ma 13.000 persone sono in più rispetto ai posti a disposizione. Questo arreca, ovviamente, un grave disagio alle persone che sono private della libertà, ma è un problema vieppiù grande anche per la Polizia penitenziaria, per coloro che operano all’interno delle carceri italiane. A questa situazione si somma anche la carenza di personale. In particolare, 18.000 sono gli agenti di polizia che mancano all’interno del sistema carcerario. Scarseggiano direttori, educatori, assistenti sociali, magistrati di sorveglianza, personale amministrativo. E questa carenza di personale diffusa ha ricadute pesanti anche sull’organizzazione dell’attività all’interno del carcere, dalla garanzia di regolarità dei colloqui al tema della formazione e del lavoro, che sono così importanti per la rieducazione dei condannati. Vi è poi il bilancio impietoso della sanità penitenziaria, e mi riferisco non solo alla salute fisica, ma anche alla salute mentale. Solo nel mese di gennaio ci sono stati tredici suicidi. Sicuramente la situazione è generale, ma riguarda anche il sistema carcerario bresciano, da Canton Mombello a Verziano. Allora, la domanda è se davvero ci sono quelle risorse, quei 38 milioni, per far fronte ad un ampliamento della struttura di Verziano, e cosa il Governo intenda fare per quanto riguarda Canton Mombello».

Al riguardo Nordio ha affermato che duplice è il problema da affrontare e risolvere: da un lato, la capienza carceraria, che deve essere indubbiamente aumentata, e dall’altro, il numero dei detenuti che deve essere invece diminuito.

Il Ministro ha fatto notare come aumentare il primo fattore è impresa ardua perché la progettazione e costruzione di un nuovo istituto penitenziario richiede un arco temporale che è indubbiamente incompatibile con le urgenze. Quanto alla problematica afferente al sovraffollamento carcerario ha dichiarato che diminuire il numero dei detenuti spetta, in gran parte alla magistratura, anche attraverso un ricorso sempre maggiore alle misure alternative alla detenzione, ma soprattutto limitando la cd. carcerazione preventiva. Se vogliamo che la pena – aggiungiamo noi – abbia davvero una finalità rieducativa e non meramente punitiva e repressiva.

Ciò che è innegabile è che se vogliamo continuare a definirci Stato di diritto serve un intervento imminente. Del resto, come scriveva un certo Voltaire, «Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri».

A cura di Avv. Giulia Vagli

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